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Il giornalista Andrea Frollà ci parla di Big Data e formazione

Andrea Frollà è redattore di CorCom e giornalista free-lance di Repubblica A&F, specializzato in economia digitale e innovazione.

Il giornalista Andrea Frollà ci parla di Big Data e formazione

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Ciao Andrea e grazie per il tempo che ci stai dedicando. Vuoi farci una veloce presentazione su di te?

Da dove nasce la tua passione per il giornalismo e perché la decisione di specializzarti nell'economia e nella tecnologia? Non saprei dire quando sia nata precisamente la mia passione sfrenata per il giornalismo. Ho sempre amato la scrittura e avuto tanta curiosità. L'unione di questi due fattori è stata sicuramente determinante. Riguardo la specializzazione, difficile definirla una decisione vera e propria. Ho iniziato a collaborare con Affari&Finanza a giungo 2013, puntando sulla sezione economia italiana e in particolare sulle Pmi perché in linea con i miei interessi e le mie conoscenze. Lo sprint verso il digitale è arrivato a ottobre dello scorso anno, quando sono entrato nella squadra di CorCom dove tutto è 2.0.

Oggi sentiamo sempre più parlare di Big Data, ma cosa sono veramente e perché pensi possano fare la differenza nel mercato del lavoro?

Quelli che oggi chiamiamo big data non sono altro che enormi quantità di dati che hanno bisogno della tecnologia per essere raccolti, analizzati e trasformati in una risorsa strategica. Grandi quantità di informazioni ci sono sempre state, ma da anni stanno assumendo dimensioni tali che i quaderni d'appunti non bastano più. Chi gestisce una pagina Fan su Facebook, tanto per citare un mezzo molto conosciuto, oggi può in pochi secondi vedere il numero di like, il sesso dei fan, le condivisioni, gli andamenti settimanali e moltissime altre informazioni. Questo è solo un esempio di quanto la tecnologia delle informazioni possa aiutare a risparmiare tempo e guadagnare efficienza. Dire che saper maneggiare i big data faccia la differenza sul versante professionale è riduttivo. C'è un grande vuoto di specialisti sul mercato del lavoro e le aziende si litigano quei pochi che oggi sanno fare di un dato un valore aggiunto, cioè che sono in grado di seguire l'intero processo dalla raccolta all'analisi. Perché è chiaro che posso raccogliere quante miliardi di informazioni mi pare, ma poi il dato grezzo va studiato e interpretato per renderlo una vera e propria arma di business.

Quante persone lavorano attualmente in Italia nei Big Data e quali previsioni ci sono per i prossimi anni?

Per i motivi che citavo prima cifre specifiche sui dipendenti big data non se ne trovano. È ancora una nicchia lavorativa di piccole dimensioni, ma destinata a numeri importanti. Si tratta di un fenomeno di difficile inquadratura, perché magari la funzione big data viene spesso ricompresa all'interno della più generale divisione IT aziendale. L'ultima fotografia scattata dagli Osservatori Digital Innovation del Polimi ci aiuta però a tracciare alcune dinamiche in atto nel panorama italiano dei big data e della business intelligence. Sta crescendo la presenza dei data scientist nelle aziende italiane, c'è un fermento sempre maggiore attorno a questi temi e, sul versante degli investimenti, si segnala un ruolo di predominio quasi assoluto delle grandi imprese. I dati rappresentano una frontiera hi-tech su cui le aziende, dalle Pmi ai big, possono costruire importanti vantaggi competitivi. Tanto a livello strategico, indirizzando al meglio le campagne di marketing o la produzione, quanto a livello strettamente economico, vendendo i dati raccolti sul mercato come fanno le grandi web company.

Quali sono, secondo te, i settori che cercheranno maggiormente specialisti nei Big Data in futuro?

Oggi i segmenti più dinamici sono assicurazioni, banche e retail. C'è quindi da scommettere che nei prossimi anni saranno loro a fare la voce grossa. Ciò nonostante, credo che l'effetto disruptive del digitale sui modelli aziendali e in generale sull'economia sia e sarà sempre più tale da abbracciare qualsiasi ambito. Se metto in atto progetti di big data nella moda, per verificare le preferenze e la propensione all'acquisto dei clienti, posso farlo in ambito agricolo, utilizzando sensoristica, droni e cloud per monitorare lo stato di salute delle piantagioni e orientare la produzione verso livelli ottimali. O ancora, visto che si parla molto di auto connesse o a guida autonomia, all'interno delle smart city del futuro raccogliendo e analizzando i dati forniti dalle vetture sui consumi, l'inquinamento, il traffico o chissà cos'altro. Insomma, ci saranno delle lepri ma la pista sarà molto affollata. Cosa consiglieresti di fare a chi vorrebbe lavorare coi Big Data? Quello digitale è un contesto che cambia velocemente: oggi credi di aver realizzato la soluzione migliore per il mercato, domani ti svegli e scopri che è già stata superata. Anche per questo motivo gli specialisti sono molto ricercati e ben pagati, perché devono stare continuamente sul pezzo ed essere capaci di reinventare un portafoglio di servizi e prodotti in tempi rapidi. Come mi dicono spesso i manager che intervisto, non basta essere degli smanettoni. La formazione professionale è quindi un passo obbligato. Sono nati diversi master e corsi ad hoc sui big data in università e business school eccellenti, che sicuramente possono aprire strade importanti e, vista l'attuale carenza di figure specialistiche, anche redditizie. Un altro consiglio è tenere gli occhi ben aperti su tutto l'universo digitale, studiando le best practice italiane e non, mantenendo un approccio di visione sistemica del mondo 2.0 e avendo ben chiaro in mente che si tratta di un campo ancora molto inesplorato.

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